Dal vivo

«Da qualche anno, non riesco a ricostruire da quanti, circola l’espressione “spettacolo dal vivo”, sancita dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Una volta coesistevano, in un unico crogiolo, il cinema, il teatro, il circo, la danza, la televisione, ecc. Mi sembra che questa distinzione, così ministeriale e asettica, delinei anche se sommariamente due universi; uno è quello della comunicazione elettrica; in esso i linguaggi si travasano e si rispecchiano l’uno nell’altro; la sua punta di lancia è il cellulare, lo strumento nel quale tutto si fonde e si confonde (la televisione, il cinema, la scrittura, il videogioco, la comunicazione vocale, la musica…).; è il mondo della virtualità, quello in cui non si muore mai e nel quale, anzi, continuano a vivere, grazie ai grumi dei pixel, anche i morti, registrati quando erano vivi oppure rigenerati dai programmi di grafica virtuale; l’altro è il mondo dei viventi, cioè di coloro ai quali è consentito invecchiare (gli attori, con le loro rughe a volte gloriose) e morire.»

(Alberto Gozzi, intervista “dramma.it”, giugno 2015)